Il FRANCOTIRATORE

spari sull'indifferenza

Zapata vive cabrones!!

San Cristóbal é differente da come, romanticamente, la immaginavo. La contraddizione dietro ogni angolo, pupazzetti e magliette di Marcos, ristoranti che espongono le icone dello Zapatismo riempiendo le tasche dei soliti ignoti, ma nemmeno troppo, ricchi. Per strada tanti indigeni, Tzozil, Tzeltal, che camminano fra la moltitudine di turisti fricchettoni, senza nemmeno essere notati. Cercano di vendere qualche prodotto, loro la gente “digna”, e finiscono per fare da elemento scenico alle vacanze dei turisti, spagnoli, italiani, olandesi e francesi… fortunatamente pochi gringos. Non riesco a farne una colpa a nessuno, molte di queste persone ha bisogno di mangiare, non ha un lavoro, spesso neanche una terra da coltivare.
Il giorno seguente decido di fare un escursione con la mia famiglia a San Jan de Chamula, villaggio famoso per lo splendido santuario dove si fonde l’immaginario cristiano a quello preispanico e la comunità indigena che lo abita. Al mio arrivo mi accoglie un enorme simbolo del PRI sulla facciata del municipio, nella piazza centrale. Ho un fremito di scomposto sdegno, vorrei andarmene subito e risparmiarmi i 30 pesos di stazionamento obbligatorio. Cerco di resistere convinto di poter trovare qualcosa di interessante, alla fine non visiterò nemmeno il santuario, alla quale si accede solo con un autorizzazione dell’ufficio turismo. La comunità indigena qui si é venduta al governo, ha accettato il ruolo di comparsa nella propria storia dietro la promessa di qualche scuola, forse un ospedale e la legalizzazione dei propri possedimenti, nel frattempo scimmiottano se stessi nello zocalo affollatissimo.
E´tramontato il sogno zapatista? Che ne é di quei guerriglieri fieri che hanno scelto di vivere o morire decidendo da soli il proprio futuro? Dove sono quelli che resistono?
Rimango con queste domande a girarmi per la testa fino al giorno dopo. Abbiamo in programma una visita al carcere n°5 di San Cristóbal, gli amici che ci ospitano sorridono in risposta ai miei dubbi e mi assicurano che a fine giornata avrò altro per la testa.

Ci sono la mia compagna e i nostri figli con me, do ascolto ai suggerimenti degli amici del posto e spero che sia per loro un esperienza importante. Nel momento in cui siamo entrati nella struttura penitenziaria é come se avessimo tracciato un solco nelle nostre vite, non faremo più ritorno. Conosciamo Rosario, signore sorridente che fatichiamo a riconoscere come un detenuto. Ci accoglie con abbracci e sorrisi e ci conduce alla zona dove si trovano i “presos politicos”, molti di loro si sono politicizzati in carcere, aprendo gli occhi su di una situazione molto più complicata e ingiusta di quanto credessero. E’ il caso di Pedro, indigeno tzeltal condannato a 37 anni di carcere per qualcosa che non ha mai commesso, si é trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, stava portando del pollo a casa degli altri 4 compagni di disavventura quando é arrivata la polizia. Le loro storie sono storie di ingiustizie che fanno male, storie assurde che trovano il loro habitat in questa terra splendida resa terribile dalla ricerca del profitto personale, aderenti al PRI usano i meccanismi di una giustizia sommaria  a proprio uso e consumo, decidendo della vita (e della morte) delle persone più vulnerabili. A quasi tutti i prigionieri in questione sono state estorte confessioni sotto tortura, redatte in una lingua che non comprendevano, da personale non identificato, a volte costretti a  firmare fogli in bianco, quasi tutti gli avvocati d’ufficio non danno notizie ai loro assistiti sull’evolversi dell’iter giudiziario.
Passa il tempo e scopro che nel loro dramma, questa gente, questi compagni ,stanno ridando la luce alla mia esistenza di piccolo borghese incazzato, lo fanno senza pregiudizi e con molta umiltà.

Usciamo dopo tre ore con il cuore gonfio e l’animo segnato, ero andato per portare il mio sostegno è ho ricevuto un dono preziosissimo, la consapevolezza che la lotta continua, ora piú che mai.  Dal ’94, anno in cui l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si levó in armi, il numero degli aderenti è forse diminuito, strappati alla causa con promesse e soldi (come nel caso di Chamula), ma la convinzione di quelli che sono rimasti vale piú di qualsiasi numero, la loro esperienza ci insegna che un alternativa è possibile, dal Chiapas, da Guerrero, da Oaxaca, dal Michoacan (guarda caso gli stati del sud piú problematici) arrivano esperienze di autogestione dal basso che funzionano, capaci di cacciare a calci nel culo i narcos, nonostante la spietata opposizione del governo, che si ricorda di costruire scuole e ospedali solo in risposta all’agitazione dei machetes. Gente che vive senza lo stato, che lotta contro di esso perché vuole decidere il proprio futuro, gente “digna” appunto.

A giorni di distanza penso ancora ai sorrisi di Rosario e di Alberto, che scherzava su un suo tumore al cervello, al volto di Rosa segnata nell’anima dalla morte di un figlio per le torture subite quando era incinta, ai loro canti, di speranza e gioia nonostante tutto, ai sorrisi di Francisco unico base d’appoggio dell’EZLN, alle domande del curiosissimo Pedro, ad Alejandro ei suoi figli che giocavano con i miei parlando dialetto tzozil… al loro “mondo dove convivono tanti mondi”. Non tornerò più indietro … non voglio.

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